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Mani, il gioiello del Peloponneso

Il sole era già alto nello sconfinato cielo greco: un cielo più alto, più leggero, che ti circonda più da vicino e si stende più in là nello spazio che in qualunque altro luogo del mondo. Non intimidisce, non sminuisce, ma è ospitale e accogliente per l’uomo, suo elemento non meno della terra; e pare che solo un errore di gravità inchiodi l’uomo alle rocce e al ponte della nave e gli impedisca di essere assunto nell’infinito

“Mani” Patrick Leigh Fermor


Cos’è il Mani? È la Grecia pura. La Grecia che ti prende e ti porta via. Uno spaccato di natura selvaggia, un luogo dove si respirano le onde del mare e si ascoltano i profumi, quelli della terra brulla e arsa dal sole. È un luogo che ti travolge per il suo fascino e per quel sentirsi a posto con tutto. Nel Mani tornerete. Lascerete il cuore e tornerete non a riprenderlo, ma a trovarlo.

Si lo so, adesso dopo questa pubblica dichiarazione d’amore, volete vedere, sapere, scoprire. Eccoci. Il nostro giro nel Mani inizia da Ghytio. Lasciata Fokiano e dopo una sosta di qualche giorno vicino ad Asopos nel nostro luogo del cuore, (che trovate qua) abbiamo proseguito scendendo dalla costa est.

Ghytio è famosa per il suo relitto, che si trova circa 5 km prima di raggiungere il paese. Dimitrios questo il nome della nave che giace abbandonata e bruciata lungo la spiaggia di Valtaki dal 23 dicembre 1981. Parecchie leggende ruotano intorno al relitto. Secondo gli abitanti del luogo, la nave veniva utilizzata per il contrabbando di sigarette fra la Turchia e l’Italia, venne poi sequestrata dalle autorità portuali e abbandonata, prima di subire un incendio doloso. Un’altra versione invece racconta che la nave era stata costretta ad attraccare a Ghytio perché il capitano era gravemente malato, qualcuno dice fosse impazzito e dopo che è stato internato, la nave restò abbandonata in porto. In seguito a varie diatribe fu tolta e attraccata a qualche km di distanza, ma un violento inverno ne strappò gli ormeggi e da quel momento è arenata così.

Dopo aver ammirato dall’alto il relitto e il suo alone di mistero, abbiamo proseguito e ci siamo fermati al camping Meltemi per due notti prima di iniziare a scendere nel Mani.
Il campeggio è molto grande, anche troppo per i nostri gusti, però si disperde bene. Ha tutti i servizi possibili, tra cui giochi per i bimbi, piscina, ma soprattutto quello che serve a noi: lavatrice e asciugatrice. Come ovunque in Grecia anche qua non manca il ristorante/taverna, che abbiamo chiaramente testato con buoni ricordi.
Si trova fronte mare, la spiaggia è molto lunga, larga e sabbiosa, il mare è bello e subito profondo; noi ci siamo capitati in una giornata nuvolosa ed era abbastanza mosso.

Alla fine per quanto questo campeggio non rispecchiasse il nostro stile, siamo stati bene e in più abbiamo conosciuto grazie alle bimbe una famiglia di francesi molto simpatica, che abbiamo poi ritrovato durante il nostro giro. Come sempre tutto in un viaggio ti stupisce, ed è proprio questo il bello. Non sapere mai come sarà il domani.

Mani
Porto Kagio a sinistra e capo Matapan dall’alto

Siamo ripartiti la mattina dopo con la voglia sempre più forte di andare a scoprire questo secondo dito del Peloponneso, che l’anno prima non eravamo riusciti a vedere. Mentre scendevamo lungo la costa già dai primi km abbiamo capito che stavamo entrando in un mondo parallelo. Nel Mani il tempo sembra essersi fermato e la Vecchia Grecia emerge in tutto il suo fascino, riuscendo a convivere con la Nuova senza particolari contraddizioni.

La strada si snoda davanti a noi, una strada tortuosa, impegnativa, quelle strade fatte per essere viaggiate. Fatte per raggiungere luoghi magici. La nostra Stella prosegue tra quelle curve, in alcuni punti decisamente strette, curve che girato l’angolo regalano la scoperta di un paesino dai tratti sperduti. Crescono i km e con loro anche la nostra emozione. Si perché di quella si tratta, l’emozione di trovarsi in qualcosa di raro. L’emozione di varcare la soglia di una terra misteriosa. Così lontano dalla Grecia che siamo abituati a vedere.

Lo scorgere delle prime case torri, ci indica che siamo entrati ufficialmente nel Mani. Si, perché qua il paesaggio è caratterizzato da queste case di pietra che si alzano verso il cielo e si affacciano sul mare. Spuntano tra la terra brulla bruciata dal sole, alcune perfette, altre diroccate simbolo di un passato ormai lontano. Come Vathia un paesino molto caratteristico, in cui vale la pena fermarsi. Un piccolo gioiello illuminato dal sole, dove se non per un piccolo bar aperto e due persone incontrate è difficile capire se è davvero abitato. Le sue torri di pietra però, dopo più di sessant’anni, sono ancora quelle di cui racconta Leigh Fermor nel suo libro “Mani”. Anche se si fatica a immaginare quale potrebbe essere la torre dove erano stati ospitati a cena lui e la moglie alla sola luce di una lanterna.

Porto Kagio

Lasciata Vathia abbiamo continuato senza più fermarci fino a Porto Kagio. Respiratela e gustatevela tutta quella strada selvaggia con il mare da un lato e i fichi d’india, la terra bruciata e l’odore di timo dall’altra. Perché certe strade (e anche certe curve!) le potete ammirare solo qua. Porto Kagio è un piccolo porto naturale. Definirlo piccolo è in realtà un eufemismo: Porto Kagio è una strada stretta che finisce pochi metri più avanti e divide la terra dal mare. Passando in camper puoi allungare una mano dal finestrino e toccare da un lato le porte delle taverne, dall’altro i tavolini e le sedie bagnati dall’acqua del mare.

Dall’alto Porto Kagio ti attrae, quando arrivi giù resti folgorato. Un posto unico. E la cosa che in assoluto ti rapisce sono i colori, quel contrasto tra le infinite sfumature di blu che regala il mare e quella terra marrone, di un marrone pieno di Grecia.

Soprattutto in alta stagione conviene scendere la mattina, sia per incontrare poche auto, sia per trovare posto per il camper. Si può sostare nel parcheggio della taverna “Porto”, e come usa in Grecia non si paga la sosta in cambio della consumazione. E con grande sforzo abbiamo fatto questo sacrificio, cenando con i piedi nell’acqua e gustando un meraviglioso Falagro – se non ricordo male – appena pescato e gigante, ma sempre piccolo rispetto al cucciolo di squalo che ci stavano per portare all’inizio.

Il mare è stupendo, uno specchio d’acqua dove puoi trovare qualsiasi colore e qualsiasi pesce. I miei tre esploratori di fondali hanno passato la giornata tra polpi, stelle marine e molti altri pesci in un mare calmo come una piscina e che scende pianissimo, una meraviglia per i bambini. E non solo.

Se avete voglia di farvi due passi prendete la strada sulla destra all’estremita della spiaggia e in cinque minuti di camminata raggiungerete la chiesetta di Agios Nikolaos e da lì potrete godere di un panorama assurdo sul mare aperto.

Capo Tenaro

Proseguiamo il nostro viaggio verso la punta più a sud della Grecia continentale. Capo Tenaro o capo Matapan. Da Porto Kagio sono pochi km, ma li abbiamo assaporati tutti. Non so spiegarvelo a parole ma in questo luogo dove la terra finisce e si apre solo il mare si respira un’atmosfera particolare. Non so se tratti di eccitazione, di turbamento, o di pura felicità. Ricordo che in quell’ultima salita prima di scorgere davanti a noi la distesa di mare e il capo, abbiamo incontrato un asino. In mezzo a nessuno, sotto il sole, a due passi da dove finisce la terra c’era lui che sbiascicava i pochi arbusti che nonostante il sole cuocente crescevano con forza.

Il nome Tenaro deriva dal mitico eroe e figlio di Zeus Taenarus e in questo luogo secondo gli antichi si trovava l’entrata dell’ade. Proprio da qua si narra che sarebbe entrato Orfeo per cercare Euridice. Capo Tenaro è la ciliegina di un dolce Mani. E’ talmente bello, che trovare parole per descriverlo è difficile.

Dal parcheggio, l’unico che c’è, si può scegliere tre strade diverse. Verso sinistra si trova in un’insenatura con una spiaggia – la caverna Hipnomandio (l’oracolo di Hypnus, sonno) – considerata una delle porte dell’Ade. Davanti al parcheggio invece il sentiero porta ai resti della chiesetta Asomaton costruita, utilizzandone le pietre, sulle rovine di un antico tempio di Poseidone. E infine la terza opzione – quella presa da noi, perché tra il sole e due bambine piccole a volte dobbiamo fare delle scelte -, il sentiero sulla destra, quello che conduce al faro.

Fatta la prima discesa si incontra un’insenatura stupenda, dove non si può non fare il bagno. E così invece di arrivare subito al faro e rinfrescarsi al ritorno. Complice il sole e il caldo, parecchio caldo, ci siamo tuffati tutti in acqua senza pensarci un secondo di più. Ci siamo rilassati su quella piccola spiaggia di sassi, dove una sola pianta nel mezzo regala un po’ di ombra a noi e ai pochi altri presenti. Un mare dalle mille sfumature, che sembrava quasi dipinto. Dopo questa parentesi di relax, sono riuscita a convincere tutta la truppa a proseguire la nostra camminata.

E così salmastrosi, ma con quella voglia di scoprire di chi viaggia, abbiamo camminato per quasi un’ora, io, il papà con la piccola nel marsupio e la nostra bimba di 5 anni. Un’avventura stancante soprattutto per il caldo, ma meravigliosa. Un cammino verso la fine della terra. Un cammino che ti strema fisicamente, ma ti riempie l’anima. Mi raccomando scarpe da ginnastica, non vi avventurate in infradito!

Dopo qualche centinaio di metri abbiamo incontrato resti di mosaici romani, superati quelli il sentiero si avvicina alla costa regalando dei colori da sogno. Uno straordinario contrasto tra la terra quasi rossa e il mare che sfuma tra il blu profondo e l’azzurro. Il vento, il silenzio intorno, il sentiero che si stringe e che ti porta passo dopo passo verso la fine. Raggiungere il faro di Capo Tenaro è pura emozione. E lo è stato per tutti noi. Si respira un misterioso fascino. Affacciarsi e guardare l’orizzonte e vedere davanti solo il mare. Ti senti un piccolo infinitesimale puntino di questa grande Madre Terra. Verrebbe quasi da inchinarsi di fronte a tanta pura bellezza e ringraziare.

Rientrati, abbiamo preso direttamente la direzione della taverna sopra al parcheggio. Sembrava quasi un miraggio, in questo silenzio, in questa terra deserta, non mancava la nostra amata taverna. Quella sera abbiamo conosciuto un gruppo di ragazzi greci, che abbiamo poi scoperto avrebbero passato la notte lì in tenda. C’era la musica, c’erano le stelle e una ragazza ha preso a ballare insieme alle nostre bambine. Questa è la Grecia, questi sono i greci: quei sorrisi, quell’ospitalità che è qualcosa di unico, qualcosa che ti fa sentire a casa anche a km di distanza.

A darci la buonanotte un cielo stellato e una via lattea mai visti prima. Abbiamo dormito nel parcheggio di Capo Tenaro, eravamo noi e il camper di una coppia di italiani con cui quel giorno abbiamo chiacchierato talmente tanto da essere rimasti ancora oggi in contatto. Ho sempre pensato che certi incontri non siano mai casuali, soprattutto in certi luoghi.

Gerolimenas

Lasciato il capo abbiamo preso direzione Gerolimenas. Un paesino sul mare, molto caratteristico, anche se noi non abbiamo avuto modo di goderlo davvero. Sarà che venivamo da una realtà talmente sperduta e non eravamo pronti a pensare a dove mettere l’ombrellone sulla spiaggia. Poi sicuramente il forte caldo e la spiaggia di pietre ardenti non hanno aiutato. O forse semplicemente non era il nostro posto. Detto questo vale la pena fermarsi a vederlo e riuscire anche a farsi un bagno perché il mare anche qua è stupendo. Però ecco se sapevamo cosa avremo trovato, per la nostra natura saremo rimasti un altro giorno nell’insenatura di Capo Tenaro. Ma si viaggia per scoprire. E ogni scoperta vale ogni km fatto.

Salutiamo il Mani così, risalendo la costa fino a raggiungere Kalamata. Ma sappiamo già che è solo un arrivederci. Torneremo a trovare il pezzo di cuore lasciato su quella terra arsa dal sole.

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